da «Market Street - Scatti Americani»
di Enrico Anselmi
Proiezione interiori dell'esistere e del suo scorrere frammentato
si allineano in compositi contrappunti di bianco e nero.
Sono proiezioni ideali, immaginate e portate confluiscono nella
tensione verso il raggiungimento del compiuto a combaciare con
il reale o asettica registrazione delle solitudini quotidiane?
Forse la strada battuta da Belsole è segnata da entrambi
gli intenti, è caratterizzata dalla volontà di
mediare una sorta di idea interiore con la reale manifestazione
delle azioni e degli accadimenti .L'osservazione non è mai
svagata e distratta, non è superficiale o corriva, piuttosto è oggettiva
e pensosa nel non voler qualificare l'asettico anonimato delle
presenze umane, nel proiettare opzioni di un non tempo, di una
non storia ,di un non luogo metropolitano.
Campisce di sé gli spazi e li dilata il silenzio strappato
dallo stridio delle voci della città che diventa assorta
evocazione narrata per rimandi frammentari, per riflessi sovrapposti.
L'azione di Belsole è parte intrigante di una sensibilità di
prevedere , di leggere nei gesti e nelle posture , le tensioni
o gli abbandoni, le contradizioni del non detto, del non completamente
dichiarato. Allo scopo si avvale di un linguaggio formale di
costruzione dell'immagine assolutamente complementare, altrettanto
sfuggente e frammentaria. E' lo stesso rifiuto della messa in
posa , contrapposto al cogliere il molteplice nel momento in
cui si manifesta, a costituire uno strumento ricorrente e in
tal senso prevale quell'idea di fotografia che considera accessorie
le sofisticazioni tecniche dell'immagine.
Per certi versi ricorda le ricerche condotte da Harry Callahan
negli anni '60 del Novecento sulla scorta di Robert Frank uno
dei primi ''fotografi di strada''. Rispetto a quello però amplifica
con maggior pregnanza l'atemporalità , la non appartenenza
e nel contempo la capacità evocativa di una condizione
di non completa esistenza in un luogo e in un tempo, di inoltrato
distacco dal circostante pur rimanendo nel campo dell'osservazione.Allo
stesso tempo non gli interessano quegli esiti astrattizzanti
che Callahan dimostra di prediligere in tutta la sua produzione,
forse troppo meccanici e manifesti perché derivati da
un rigida parcellizzazione del reale che combacia con inquadrature
basate sui primissimi piani o sulla sovrapposizione di immagini
incoerenti tra loro.
Le fotografie di Belsole si soffermano su soggetti compositi
e articolati , mai definiti totalmente, dove barlumi di realtà si
riflettono sui vetri degli edifici newyorkesi. Stazionano su
schermi trasparenti corpi in contrapposto, visi sottratti allo
sguardo, arti piegati, frammenti di paesaggi urbani.
Silenziosa e dilatata condizione di privilegio , di alterità e
dunque di non sofferenza sembra essere quella perseguita, o per
lo meno di non sofferenza apparente perché coincide con
l'oggettivazione del soggetto prescelto. La presa di distanza è un'altra
delle componenti di definizione delle immagini proprie di Belsole
che sembra voglia sottrarle ad un'impersonale fedeltà mimetica,
intesa nel senso più riduttivo del termine, nonché all'impoverimento
del portato estetico degli scatti che colgono solo frammenti
, parti della totalità, e mai tutto,il compiuto, il risolto
in sé.