da «no communication»
testo di Enrico Anselmi
Solo è l'uomo di fronte alla distruzione etica che ha
perpetrato, nell'incomunicabilità dei gesti convenzionali;
non vive se non come svilita immagine di se stesso che soltanto
esteriormente ha conservato barlumi dell'originaria umanità.Franco
Belsole riconosce,indaga,studia questa realtà; lo fa carpendo
immagini senza storia,singolarmente antinarrative ma nello stesso
tempo parti interponesse,fotogrammi di una antimologia contemporanea
che all'esaltazione eroica ha sostituito la lucida visione della
mancanza della non presenza.
Secondo il processo negativo del togliere, si profila quel poco
che la sofferenza e il disagio psicologici hanno risparmiato
dell'intima integrità; l'io ne esce fortemente decurtato,costretto
a vivere drammaticamente pantomime,forse senza vera azione,nel
continuo terrore dell'epilogo imminente. Belsole coglie questa
tensione,questa minaccia che persiste e si impone ,dapprima subdola
e latente per poi diffondersi a ammorbare l'aria quale <conclamata
epidemia > Sue vittime sono persone viste in controparte,riflesse,talvolta
senza volto,isolate da barriere reali o fittizie,create dalla
psiche come alibi alla non comunicazione.Le linee,ombre metalliche
passanti o tangenti a sagome inanimate ,sono i confini urbani
implacabilmente ricercati in ogni immagine, perché in
esse si concretizzano altrettante barriere mentali. New York,metropoli
del villaggio globale,è assunta quale emblematico centro,capitale
cosmopolita, surreale congerie di frammenti estrapolati dal reale.
Rispetto alla tonalità,tuttavia,si opera una sorta di
astrazione,di cosciente visione selettiva della realtà come è giusto
che sia poiché l'occhio,che per propia virtù osserva
non passivo,opera una cernita di quanto gli scorre di fronte.La
porzione sulla quale si sofferma è parte di un più esteso
ma nella sua limitatezza contiene in sé una già compiuta
pregnanza;nella fattispecie l'immagine fotografica va al di là degli
approcci più superficiali, per isolare da tutto il resto
e in tal senso è astrattizante l'intimo dell'umana decadenza
collettiva e personale poiche' micro e macrocosmo sembrano combaciare.
Belsole non persegue illusive quanto distraesti sofisticazioni
tecniche, l'ambito della sua ricerca tematica non ne ha bisogno,
ma con maniera smaliziata pone lo strumento fotografico nella
condizione di soddisfare raffinate esigenze, di raggiungere mezzi
campi, piani ravvicinati dove superfici riflettenti si affermano
come interlocutori visivi,che introducono,che invitano a forzare
lo spazio fittizio della finzione, rendendo allo stesso tempo
quasi inarrivabile il soggetto ritratto,oggettivamente vicino
e presente ma idealmente lontano. E misura di questa distanza
,di questo rallentato flusso di vita,è lo spazio. Considerato
come luogo dei fenomeni fuori dall'uomo,è teatro del compiersi
di seriali consuetudini e asettica dimensione in cui ciò che è reale
coincide con quanto si vede o si ricorda o semplicemente è stato
immaginato, confusi nella sequenza dell'alienazione.